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Je suis Charlie Gard

Quando a Parigi si verificò l’attentato alla redazione di un giornale satirico che causò numerosi morti, tutti i media e non solo furono inondati di fotografie di cittadini che con lo slogan “JE SUIS CHARLIE” volevano ribadire al mondo intero la necessità di tutelare la libertà di espressione come fondamento del vivere civile, contro ogni pretesa di totalitarismo e di pensiero unico.

Oggi c’è un altro Charlie protagonista della cronaca, anche se la maggior parte dei media tendono ad oscurare o minimizzare la sua vicenda drammatica.

Charlie Gard è un cittadino britannico di 10 mesi, nato in buone condizioni, ma ben presto affetto da una rarissima malattia (attualmente non curabile) che lo sta portando rapidamente a morte. I genitori hanno con fatica raccolto una somma di denaro per portare il piccolo Charlie negli Stati Uniti e tentare una terapia sperimentale.

I medici curanti sono però contrari a questa ipotesi ed hanno deciso di sospendere i sostegni vitali al bambino per accellerarne  la morte. I giudici inglesi e la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU), interpellati in proposito, hanno espresso il medesimo giudizio: Charlie Gard deve morire, nonostante la chiara volontà contraria dei genitori.

Purtroppo la mentalità eutanasica presente in pochi tra gli esseri umani continua a diffondersi in forme sempre più inquietanti, nell’indifferenza di molti e soprattutto nel silenzio assordante di chi, anche in ambienti cattolici, ha paura di esprimere la sua opinione e di testimoniare la sua fede nel Dio della Vita.

Per non parlare poi dei difensori dei diritti umani a corrente alternata: quelli che organizzano convegni e manifestazioni “politically correct”, quelli che sono in prima fila quando si manifesta giustamente per la libertà di opinione, per le pari opportunità tra uomini e donne, per i diritti dei profughi e dei rifugiati, per la tutela dell’ambiente, per il disarmo globale, per la libertà di cure o per tanti altri diritti da tutelare.

Ma che poi svaniscono nel nulla quando si tratta di difendere il diritto fondamentale, quello senza il quale tutti gli altri diritti non potrebbero esistere: il diritto alla vita. Quelli che non rispettano nemmeno la volontà di due genitori tenaci che non desiderano altro che poter accudire il loro figlio nel miglior modo possibile.

Sarebbe bello se la difesa dei diritti umani, magari grazie anche alle sofferenze del piccolo Charlie, potesse diventare più coerente ed onnicomprensiva, staccandosi da ideologie sempre più preoccupanti che minano alla radice i fondamenti del vivere delle nostre comunità.

Tutti noi, se lo vogliamo e non abbiamo paura di manifestarlo, possiamo fare qualcosa.

Magari iniziando con la scritta “JE SUIS CHARLIE GARD” sul nostro profilo Facebook, Twitter o Instagram …

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